Quando si diceva FARE IMPRESA, invece che Startup…

fare impresa 2E sì sto diventando proprio un vecchietto brontolone che rimpiange i “bei vecchi tempi” ma ultimamente non posso proprio non ricordare ciò che mi è capitato circa 25 anni fa quando ero anche io un giovane aspirante imprenditore.

Partecipai ad una BP competion indetta da Assolombarda che si chiamava appunto “fare impresa”. Devo dire che quella fu l’unica BP competition a cui abbia mai partecipato. Presentammo un progetto imprenditoriale che si chiamava “museovivo” e che mirava a creare una rete in franchising di bookshop all’interno dei musei italiani che allora ne erano quasi del tutto privi. Eravamo un team di ragazze (tre) e ragazzi (tre) appassionati e affiatati. Quasi tutti neo laureato o poco più. Ci aveva fatto incontrare un amico comune: allora responsabile di un master a cui stavano partecipando i miei futuri soci. Io all’epoca mi occupavo di editoria elettronica e d’arte contemporanea con un’altra società che si chiamava Arte&mass. Insomma per farla breve partecipammo e fummo selezionati tra i 10 progetti ammessi al programma Fare Impresa che oggi verrebbe chiamato di incubazione. accelerazione o qualcosa di simile ma che non ti metteva fretta ne paura.

Avevamo elaborato un BP che stampato era almeno 100 pagine di analisi e numeri mica 10 slide piene di foto. Il processo di selezione prevedeva la presentazione del BP e un ciclo di interviste molto approfondite in cui gli esperti dell’Assolombarda ti facevano domande e cercavano di capire se il nostro BP fosse realmente fattibile. Oggi si chiamerebbe pitch solo che avveniva a porte chiuse e durava alcune ore, non qualche minuto. Non bastava fare la scenetta e 6 slide per passare la selezione dovevi argomentare e saper rispondere su molti degli aspetti del tuo BP e a nessuno interessava quanto fossi bravo a parlare in pubblico ma solo quanto fosse credibile e soprattutto fattibile il tuo piano.

Passammo le selezioni e cominciammo il programma che consisteva in corsi e servizi vari tra cui un mentor. In particolare mi ricordo un corso di tecniche di vendita. Già tecniche di vendita e non di slideware. Insomma ti preparavano a buttarti nella mischia mica a fare il visionario. E poi corsi di negoziazione e altre cose molto pratiche. Nessuno, dico nessuno, pensava ad investitori o perdite di tempo simili. Tutti erano focalizzati a metterti in condizioni di partire e farcela da solo.

Il pezzo forte del programma, però, era il mentor e gli incontro con gli imprenditori dell’Assolombarda in particolare i giovani che allora rimanevano tali fino a 40 anni (sarà ancora cosi?). I nostro mentor fu Fiorenzo Galli ex presidente dei giovani industriali e uomo fenomenale (non ce lo trovate mica su linkedin uno così.. infatti non c’è, ma su google c’è ed è proprio lui). Ti dirai ( e se non te lo dici te lo dice lo faccio dire io lo stesso); “ma non è mica lo stesso Fiorenzo Galli direttore generale del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano?” Bravo/a, sì proprio lui ma che allora era “solo” un industriale (impiantistica se non ricordo male) che si era messo a disposizione per darci una mano e che di musei non ne sapeva nulla. Fiorenze era ed è tutt’ora un fenomeno (lo ripeto per la seconda volta) e se penso ai mentor che ho visto girare per incubatori e competition ultimamente (tra cui anche me medesimo) non posso che avere pena dei ragazzi a cui sono stati assegnati. Insomma Fiorenzo si mette a studiare il nostro BP in tutti i dettagli (le solite 100 e passa pagine) e alla fine ci dice che dobbiamo cominciare con qualche consulenza tanto per fare cassa e creare le condizioni per iniziare il business. Di competenze, ci disse, ne avete parecchie vi manca solo qualche committente con cui farvi referenze . Per la credibilità non c’è problema. “garantiamo noi di Assolombarda”… si proprio così, disse circa così. Qualche giorno dopo mi chiama e mi chiede, a bruciapelo: “Andrea, vi servirebbe se entrassi a far parte degli amici della Scala? Sai ho incontrato un vecchio amico che ne fa parte e mi è venuto in mente che magari potrebbe servirvi per entrare in contatto con quelli del museo della Scala che non mi pare abbia un bookshop” gli risposi “magari, sarebbe perfetto. La scala è un brand di fama internazionale”. Lui ne entrò a far parte, ne divenne fund raiser e poi.. poi… vai a vedere cosa è diventato il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano che prima del suo arrivo era poco più di un magazzino di roba vecchia.

VISITARE PER CREDERE AI MIRACOLI ITALIANI. VISITARE PER CREDERE E SPERARE

Torniamo a noi “non startupper”, Fiorenzo e l’Assolombarda non si limitarono a darci consigli, ma ci procurano clienti prestigiosissimi a partire dall’Alfa Romeo per la quale facemmo lo studio di fattibilta per il trasferimento del loro museo al Portello. E lo studio ci fu pagato da Fiera MIlano, Camera di Commercio e Assolombarda. Insomma ci diedero del lavoro mica consigli o quattro soldi per pagare il notaio e due scrivanie come fanno gli incubatori oggi. Da li abbiamo poi lavorato per vari committenti per progetti sempre più importanti.

Dagli incontri con gli imprenditori in Assolombarda nacque l’idea di creare dei distributori automatici di guide museali da mettere nei musei minori che non giustificavano la presenza di un vero e proprio bookstore. Elaborammo il progetto ed anche un prototipo funzionante e mandammo il tutto al ministero dei beni culturali. Li era stato ingaggiato come consulente niente meno che il direttore marketing del MOMA di NY che appena lesse il nostro progetto (allora ancora si leggevano i progetti) ci chiamò al Ministero per presentarlo e valutarne la fattibilità (non lo era per ragioni che non vi sto a spiegare).  Nel frattempo fu emessa la famosa legge Ronchey e noi divetammo consulenti di molte cordate di imprenditori che parteciparono alle prime gare. Alcune le perdemmo ma tra quelle vinte ci fu la gara per il bookstore degli Uffizi.

Nel frattempo io mi ero anche messo a “fare internet” e i miei soci a lavorare in multinazionali quindi alla fine MuseoVivo perse il suo team e la sua ragione di esistere. Ma fu un’esperienza straordinaria e redditizia. REDDITIZIA!!!!  Se penso che negli ultimi 3 anni da startupper finanziato da VC non ho recuperato nemmeno le spese vive..

Ritornando alla competizione “fare impresa” purtroppo non vincemmo ma arrivammo terzi (se non ricordo male). Vinse uno che aveva brevettato e iniziato a commercializzare dei sacchetti copri cornetta dei telefoni. Allora esistevano ancora le cabine telefoniche pubbliche e le cornette erano piene di sputacchi…Non credo sia diventato ricco con quell’idea ma aveva un gran senso a quei tempi.

Tutti e 10 i progetti furono comunque premiati e non dal solito giornalista presenzialista e auto proclamato esperto d’innovazione ma da Bill Gates in persona (cedi foto di copertina.. quello con che non è Bill Gates sono io..). Bill Gates come CEO di microsoft leader mondiale non quello di oggi. Un Bill Gates che arrivato in italia chiese di poter incontrare i giovani imprenditori e gli dissero che li avrebbe trovati in Assolombarda e quelli mica ci pensarono due volte a presentarci come tali. Il vincitore andò a Richmont a spese di MCSF ed ebbe ben un ora del preziosissimo tempo di Bill a disposizione (chissa di cosa parlarono loro due? Forse dei germi che si formano sulle cornette dei telefoni pubblici). Noi di MuseoVivo, invece, diventammo i consulenti “scientifici” per la realizzazione di un sito che si chiamava Museionline realizzato proprio con MCSF. Per alcuni mesi fu il sito più visitato d’Italia essendo linkato direttamente dal sito MCSF USA ma stiamo parlando del 199??? non me lo ricordo ma allora su Internet in italia eravamo veramente meno di 100 mila utenti, ci si connetteva via modem a 9600 k etc etc.. Era un sito prototipo di ecommerce tramite cui si sarebbero potuti acquistare sia i biglietti che i libri ed il merchandising dei musei italiani. Il sito è tutt’ora online ora ed ha ancora come partner Microsoft… Se penso agli amici di Musement e che nel 2015 sono considerati innovativi e che sono stati finanziati con solo 5 milioni di euro che ci pare siano pure tanti… Loro sono bravissimi ma ci rendiamo conto di quanti treni sono stati persi in questa paese?

Ormai si sono fatte le 5 di notte (giorn0) e comincio a diventare malinconico come gost writer di me stesso, ma come non esserlo pensando allo startup show business attuale? Dovremmo ricominciare a fare impresa in italia… e smetterla di fare startup. Dovremmo evitare di imitare il modello americano e trovare una nostra ragion d’essere come sistema d’imprese innovative. Innovative vere e non solo perchè iscritte ad un albo, innovative per il bene di tutto il paese non solo per rendere ancora più ricchi gli investitori cercando solo e unicamente le way out come metro di successo di un’impresa.

Non sono divertente, mi spiace. Stavolta non ci trovo nulla da ridere. Gli aspiranti imprenditori italiani sono costretti a fare i giullari o le comparse per fotografie di scena come mi capitato di vedere in Assolombarda ultimamente. Sarò strano ma a me, i giullari e le comparse, hanno sempre messo tristezza.

PS: il commento di Nanni mi ha fatto notare che non ho citato i nomi dei miei soci di allora, me ne scuso. Erano un dream team e si è visto, in ordine sparso:Susanna Guarnerio, Chiara Paderni, Eugenio Giavatto, Roberto RandazzoGiovanni Flore detto Nanni.

PPS: in questa storia malinconica fa riflettere anche la coincidenza del fatto che a premiarci fosse stato Bill Gates che tutti associano allo Startup Show Business attuale, ma che quando ha cominciato mica ha fatto pitch o BP competition ne è andata a farsi incubare o accelerare, semplicemente è andato a cercare clienti per il suo software. Il mitico DOS. Credo sia ancora uno degli uomini più ricchi al mondo il che dimostra quanto il “vecchio” modo di “fare impresa” fosse comunque redditizio.

andrea@elestici.com

S-blogger a tempo perso e imprenditore a tempo non retribuito.

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