Incubatori, acceleratori, formatori, laboratori e qualcosatori: sigle o sostanza?

Oggi sono stato trascinato nell’ennesima polemica sulla differenza tra incubatori, acceleratori, laboratori etc etc con le solite tifoserie che si creano in queste discussioni del tutto teoriche ma che nascondono vissuti e convinzioni profonde. In particolare i fanatici di una o dell’altra fazione si credono portatori della soluzione vincente, della metodologia vincente. E poi ci sono quelli che non credono a nulla e a nessuno.

Mentre sentivo pulsare le vene del collo per il flusso improvviso di sangue al cervello a causa della discussione mi è tornato in mente il fatto che io sono un ESPERTO di incubatori avendone fatto uno nel 2001 (ideaUP-ebusiness creativity lab) con un capitale sociale di 5 milioni di euro; inoltre, ho come socio Lorenzo Brenta che fu quello che realizzo il primo incubatore internet in Italia (incube con una dotazione di 25 miliardi di lire e che finanziò tra gli altri Register.it…).

Uno dei tanti articoli che annunciavano la nascita di INCUBE

Uno dei tanti articoli che annunciavano la nascita di INCUBE

Non bastasse, a cavallo del millennio, mi feci il giro di molti incubatori USA e Canadesi e uno studio approfondito sul tema grazie anche al lavoro di Graham Dickson che avevo incontrato in Canada e che era un vero cultore della materia.

Studio AIFI sugli incubatori pubblicato nel 2001

Studio AIFI sugli incubatori pubblicato nel 2001

Con lui realizzammo una mappatura delle tipologie di “incubatori” presenti allora sul mercato che poi pubblicammo con AIFI nel 2001. Indagine  che ancora si riesce a trovare in rete (clicca sull’immagine qui a sinistra nel caso ti interessasse l’archeologia documentale). Infine proprio negli ultimi anni ho creato un “Fast Prototyping Lab” che altro non è che un… come lo vogliamo chiamare? Incubatore? Acceleratore? Holding? QUALCOSATORE. Rubo questo termine al mio amico e socio Francesco Mantegazzini che sicuro non se la prenderà a male.

Quindi che dici? Sono accreditato a parlare come ESPERTO? Sicuro ho fatto esperienza diretta e anche studiato un pò quanto ero giovane e con i neuroni freschi. Facciamo finta di si ed entriamo nel merito citando, ad esempio, una slide che è pubblicata a pagina 21

ecosystems

New entrepreneurial ECOSYSTEM… 2001

dello studio pubblicato con AIFI nel 2001 in cui è illustrato il New entrepreneurial ECOSYSTEM… ECOSYSTEM… ECOSYSTEM… ECO… ECO… Riccardo Luna?!!! Ci sei?? ah dimenticavo che tu fino al 2006 ti sei occupato di calcio…

gattopardoNoooooo!!!! Ma come è possibile? nel 2001 si parlava di nuovo ecosistema imprenditoriale? Ed anche di Incubator? Facilitator? Startup? etc etc? Ma non mi dire? Sti matusa ci avevano visto lungo? Ma ora siamo nel 2016, sono passati 15 anni!!! E ancora si considera innovativo un ecosistema delle startup? Ma non mi dire!!!

Comunque resta l’incontrovertibile prova che ci avevamo visto lungo e quindi ora mi permetto il lusso di pontificare come un PROFESSORE o un GURU!!! URURURU….

Pontifico il fatto che i modelli di incubazione/accelerazione/qualcosazione non funzionano se non nel caso che ci siano le persone giuste al posto giusto. E’ solo una questione di persone non di metodo.

E ora, da vero esperto, citerò quanto dice il mio autorevolissimo socio Lorenzo Brenta: “gli incubatori non funzionano sia per gli imprenditori che per gli investitori. Gli imprenditori bravi non hanno bisogno di incubatori ma al limite di soldi e opportunità quindi un incubatore difficilmente intercetta una startup valida e se ci riesce sarà costretta a venderne la partecipazione subito per mantenere in vita l’incubatore e le altre ciofeche che gli sono rimaste in portafoglio. Alla fine del ciclo d’investimento gran parte delle risorse dell’incubatore saranno state spese in startup di nessun valore con team debollissimi e gli investitori resteranno con un pugno di mosche in mano”.

banca intesaMa perché allora in Italia abbiamo addirittura 3 incubatori quotati e 100 altri simil-incubatori censiti? Ma perchè in Italia “teniamo tutti famiglia”! E, se per campare, invece che fare i formatori, ci tocca fare i mentor, allora, mettiamo su un bel incubatore e ci vendiamo corsi di accelerazione magari finanziati con fondi UE… ruba paghetteOppure ci vendiamo a qualche Banca (sempre come Mentor) che vuole, in questo modo, far finta di sostenere le imprese italiane e nascondere il credit Crunch. Oppure ci si mette a lavorare per qualche TELCO nostrana che, dopo aver fatto i soldi con il business dei “ruba paghette dei bambini” (e aver chiuso tutti i suoi centri di ricerca di fama mondiale), ora, spera di trovare nelle startup qualche altra genialata del genere da spacciare per “Value Added Services”.

E da chi si fanno presentare sti furbacchioni delle Banche e delle TELCO se non proprio dagli incubatori che sono ben contenti di fargli da cassa di risonanza? Ma guardateli bene sti mega incubatori nostrani. Quanti soldi hanno raccolto? Circa gli stessi soldi che avevamo raccolto i pionieri nel 98/2000; ma, con la differenza che, allora, l’ecommerce era ancora un sogno da realizzare mentre oraè  un business reale e immenso. Con la differenza che, allora, in Italia eravamo veramente all’avanguardia nel mondo e le nostre TELCO ci erano invidiate da tutti (allora erano ancora nostre e avevamo centri di ricerca all’avanguardia con migliaia di addetti).  magriniAllora i VC erano dei visionari di grandissima esperienza come Elserino Piol non degli ex country manager di qualche multinazionale.

Eppure abbiamo fallito. Tutti gli incubatori nati in quel periodo sono stati chiusi. Io posso dire perché abbiamo chiuso il nostro: perché noi soci non eravamo perfetti sulla carta ma non all’altezza della sfida alla prova pratica. I socio fondatori eravamo Marcello Cividini che aveva fondato con successo società di direct marketing (e il direct marketing assomiglia molto all’ecommerce…), Alessandro Cameli (che aveva lasciato una brillante carriera in AGIP ), c’era Massimo Ballerini che aveva lasciato la posizione di CFO di Saipem (mica un’aziendina qualunque) e c’ero io fresco di quotazione di Inferentia. Eravamo finanziati da Marco Benatti, Enrico Gasperini e Alberto Fioravanti (gli stessi di Digital Magics…). Avevamo una montagna di soldi (circa gli stessi di Enlabs ora) una mega sede sui navigli a Milano (molto meglio della Stazione Termini) che ci era pure stata data in comodato d’uso gratuito!!!! Eravamo di successo, dei galli e ci siamo azzuffati. Ci siamo azzuffati tra noi e con i nostri soci finanziatori che erano pure più galli di noi e nel giro di pochi mesi abbiamo chiuso senza fare ulteriori danni.

Si può dire che non abbia funzionato il modello dell’ebusiness creativity lab da noi inventato? Si può dire che eravamno troppo in anticipo sui tempi? Che se avessimo fatto un acceleratore avrebbe funzionato? No. Non è vero. Non abbiamo funzionato noi e basta. Come non funzioneranno la gran parte dei 100 qualcosatori italiani indipendentemente dalle formule che copieranno o si inventeranno.

Io credo che funzionerà Enlabs perchè c’è Augusto Coppola ma senza di lui sono sicuro che sarebbe un fallimento come tutti gli altri se non peggio.  Sposta Augusto in un INCULATORE e vedrai che lo trasforma in qualcosa di utile. Metti uno come Antonio Falcone a fare qualsiasi cosa che abbia a che fare con una startup e vedrai che non funzionerà mai.

si vota

In questo altro spost la registrazione di un’altre polemica sulla differenza tra PMI e startup

E venendo alla polemica di oggi con Gianmarco Carnovale riguardo la consistenza dell’ecosistema romano rispetto a quello milanese. Se proprio devo considerare un valore la geolocalizzazione di una strartup devo ammettere che la presenza su Roma del solito Augusto mi fa pensare che Roma sia in vantaggio rispetto a Milano. Per il resto dubito assai che ci sia una sostanziale differenza in quanto mi paiono entrambi contesti in cui prevalga la parte show rispetto a quella business. Dove, invece, ho visto imprenditori lavorare e lavorare sodo è nel profondo sud italia. Li gli startupper (e non) si devono veramente fare il culo quadro per emergere senza avere santi in paradiso e, infatti, se propri dovessi fare un incubatore penso che lo farei a Reggio Calabria. Sono sicuro che funzionerebbe meglio di quelli fighetti che sono sulla bocca di tutti…

PS: gen 2016.. dimenticavo che il miglior incubatore che abbia visitato in Italia ultimamente è quello dell’Università d’ingegneria di Palermo (consorzio ARCA). Pieno zeppo di macchinari per la prototipazione. Quello si che da un reale valore aggiunto agli imprenditori che ci vanno. Ops… mi scusino se li ho definiti Incubatore invece che Acceleratore. Mi ero quasi dimenticato che gli incubatori non funzionano.

PPS: luglio 2018 ho visitato il PoliHUB e sebbene non abbiamo avuto modo di vedere i laboratori di prototipazione non posso certo dubitare che esistano e siano di altissimo livello. Non posso negarlo perché sono i risultati che contano e qui stiamo parlando di roba che viene acquistata da aziende leader nel mondo quindi sicuramente roba fatta bene. Per il resto, nonostante io sia un ciappinaro, confesso che non ne capisco nulla della roba che fanno ma, di sicuro, tanto compatisco coloro che finiscono negli incubatori digital nostrani tanto invidio tutti quelli che possono accedere ai laboratori del PoliHub e costruire insieme a loro qualcosa d’innovativo.

 

 

 

andrea@elestici.com

S-blogger a tempo perso e imprenditore a tempo non retribuito.

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